Andrea Milani

Un ricordo personale. Un incontro che ha lasciato tracce profonde.

Correva il mese di novembre del 2000. Avevo terminato l’ultimo esame prima della tesi di laurea. Da alcuni anni mi ero appassionato alla meccanica celeste e all’astrodinamica. Volevo saperne di più. Desideravo cimentarmi tra le regole del “biliardo spaziale”.

Orbite, passaggi ravvicinati di comete, possibili collisioni di asteroidi con la Terra, navicelle spaziali e calcolo numerico applicato all’astronomia. Cercavo un gruppo di ricerca al quale chiedere conoscenza. Qualcuno che potesse guidarmi e insegnarmi l’arte del calcolo matematico per l’astronomia orbitale. Dovevo scegliere l’argomento della tesi di laurea.

Il prof. Adriano Guarnieri, dell’Università di Bologna, mi suggerì di contattare il “gruppo pisano” dei matematici esperti in meccanica celeste, guidati dal prof. Andrea Milani.

Pochi giorni dopo contattai Andrea. La sua voce al telefono era quella tipica di chi sembra non ti stia ascoltando, ma che in realtà è già in grado di valutare cosa desideri, quanto ne sai e dove potresti arrivare in meno di cinque minuti. La telefonata durò un paio di minuti e si concluse con un appuntamento presso il Dipartimento di Matematica pisano per il mese successivo.

In verità, da parte mia, la prima impressione fu di una certa perplessità. Cercavo di immaginare cosa stesse facendo in quel momento per non prestare tanta attenzione alla mia telefonata. Avendo avuto la fortuna di frequentarlo mesi dopo, oggi posso dire con certezza che probabilmente stava parlando con qualcuno via Skype, con almeno dieci sessioni di editor Emacs aperte sullo schermo, mentre inseriva altre righe di Fortran per i “poveri” compilatori che sopperivano a quella mole di codice da elaborare.

Naturalmente, sarà stato anche un po’ in ritardo con qualche appuntamento; magari la lezione del corso di dinamica del Sistema Solare, o il cinema prenotato con la sua compagna Silvia, o forse doveva terminare i preparativi per qualche viaggio in giro per il mondo, dove la NASA, l’ESA o qualche università lo stavano aspettando per chiedergli un consiglio, un parere, il suo supporto, il suo genio.

Andrea ha sempre trasformato tutto ciò che nasceva complicato in qualcosa “per noi”, rendendolo comprensibile e affrontabile sotto la sua guida. E chi potrà mai scordarseli quegli appunti: veri e propri geroglifici, scritti con la penna rossa sui fogli bianchi per la stampante. Già… la penna rossa. Di lì a qualche giorno sarebbe finita nel cestino.

Andrea era un “appassionato” di penne. Le mordicchiava una dopo l’altra. Quasi sempre BIC. E quando finivano per rompersi, la sua osservazione era sempre la stessa: «Peccato! Si è rotta!», seguita dal suo sorriso contagioso, che scatenava la risata di tutti noi, seduti dietro le sue spalle ad apprendere l’arte della matematica al servizio dell’astronomia.

Torniamo al mio primo incontro con Andrea. Aspettavo con ansia il trascorrere dei giorni che mi avrebbero portato al primo appuntamento con il Re italiano dell’arte di Laplace: la meccanica celeste. Fu un dicembre piovoso, quello pisano del 2000. Prima il diretto Bologna–Firenze, poi il regionale per Pisa. Arrivai nella città della Torre intorno alle undici.

Raggiunsi il ponte sull’Arno. Prima grande scoperta: il livello del fiume era spaventosamente vicino alle “spallette”, i muretti delle serate studentesche pisane. Quel mare d’acqua marrone era impressionante.

Arrivai al Dipartimento di Matematica, stanza numero 118. La porta, con maniglia e vetrata vintage, era l’ultimo ostacolo prima di conoscere Andrea. Busso. Nessuna risposta. Busso di nuovo. Niente. Mi faccio coraggio, apro la porta. Non c’è nessuno. Penso che di lì a poco sarebbe tornato. Attendo una mezz’ora. Poi decido di chiamarlo.

Andrea: «Pronto?»
Io: «Buongiorno Professore, sono Latorre. Avevamo appuntamento per oggi nel suo studio. Sono arrivato.»
Andrea: «Emh… ah… guarda, scusa la franchezza, ma sono nella cacca! Ho casa allagata per via della pioggia e non penso di liberarmi prima di domani.»

La sua risata fu subito contagiosa. Anch’io ridevo con lui, immaginando la scena di chi, con l’acqua alle caviglie, mi rispondeva di essere “nella cacca”.

Andrea non mi ha mai trasmesso l’idea di essere un adulto. È sempre stato giovane. Un eterno studente. Con la sua motocicletta anni Ottanta girava nel fine settimana oppure si cimentava in qualunque attività ludica.

Ricordo un pomeriggio trascorso con lui e gli altri “amici dello spazio” al bowling: Giacomo, Davide, Giovanni e Stefano. Giocammo due partite. Una la vinse proprio Andrea. Si allontanò da noi per dirigersi al banco clienti: voleva la stampa dei punteggi della sua vittoria.

Dopo qualche minuto disse: «Umh… ho l’impressione che questi usino Windows! La stampante non gli sta funzionando.» Sullo schermo c’era Windows XP e l’addetto al banco disse: «Emh… un attimo… il computer è un po’ lento…»
Andrea: «Killate qualche servizio!»

L’addetto ci guardò con l’aria del giapponese triste che non sa rispondere in inglese. La stampa arrivò, comunque, dopo circa dieci minuti.

Quanto devo ad Andrea. A proposito di informatica: nascevo come utente Windows; oggi mi sento pienamente a mio agio, e con grande soddisfazione, nel mondo GNU/Linux. Prima di iniziare a lavorare con lui, gli mostrai alcuni appunti scritti in Word, copiati su un vecchio dischetto da 1,44 MiB. Andrea inserì il dischetto e, di soprassalto, esclamò: «Ah! Non portarmi mai più roba scritta con Windows! Qui non paghiamo tangenti a Bill Gates.»

Mi guardò per un attimo, poi aprì un vecchio armadietto e disse: «Devo solo trovare dove Giovanni ha messo la Red Hat…» Mi mise in mano un CD con scritto Red Hat 6 e mi congedò ridendo: «Ecco. Rendimelo appena hai imparato. La documentazione è all’interno. Buona fortuna!»

Iniziai a ridere anch’io, pur provando un certo dispiacere per il mio approccio Word, che gli aveva destato una comprensibile intolleranza. Oggi, a distanza di anni, ricordo quell’esperienza con il “pinguino” come molto faticosa. Non funzionava niente, formattai la partizione Windows per errore, l’USB non funzionava, non c’erano i programmi — che imparai a chiamare “pacchetti” solo più tardi. Tutto sembrava un oscuro mondo di comandi su un rettangolo nero chiamato shell.

Allo stesso tempo, quel suo modo di fare, insieme agli incontri successivi, accese in me una grande passione per GNU/Linux. Andrea era così: riusciva a contagiarti con la fame di conoscenza.

Magari prendeva ago e filo in mano e tu, con lui, avresti iniziato a realizzare un maglione. Sapeva incuriosire le persone, farle sentire parte di qualcosa, ma a modo suo. Con i suoi tempi, con le sue espressioni forti.

Dopo l’episodio della casa allagata, tornai da lui in una bella giornata di sole. Eravamo seduti uno di fronte all’altro. Andrea aveva il Sole in faccia. Iniziai a parlargli dei miei studi e del mio interesse per la meccanica celeste, comunicandogli l’intenzione di sviluppare una tesi sul pericolo degli asteroidi NEO (Near Earth Objects).

Dopo qualche minuto si alzò in piedi e disse: «Senti! Qui lo studente sei tu. Fammi il piacere: siediti al posto mio. Ho il Sole in faccia!»

Altra risata. Invertimmo le posizioni. Lo vidi più rilassato. Iniziò a raccontarmi delle sue ricerche, delle cose affascinanti che stava facendo. Cinque minuti dopo eravamo davanti allo schermo del computer.

Un vecchissimo mouse a due tasti con rotella scorreva su un tappetino ormai ridotto allo spessore di un foglio di carta. Vidi per la prima volta il significato della parola programmare. Listati infiniti di codice, routine e procedure accuratamente commentate scorrevano sullo schermo. Mi diede alcuni suoi articoli per iniziare i miei studi.

Ricordo di essere uscito da quella stanza fomentato: ero proprio alle stelle. Il suo approccio, la sua conoscenza, riuscivano a travolgerti. Sentivi di poter far parte di qualcosa di speciale.

Come quella volta che, insieme a Giacomo, vedemmo un software scritto da Andrea in Fortran 77 che risolveva problemi di interpolazione. Per andare a capo bisognava digitare CR, Carriage Return, altro che tasto Invio!

Alla fine di quella sessione di lavoro, dettata da Andrea alla velocità della luce e introdotta da: «Ora vi mostro un programma particolarmente user friendly», Giacomo disse: «Andrea, abbiamo un concetto di user friendly un po’ diverso.» Scoppiammo tutti a ridere.

Andrea rispose: «Ragazzi, cosa volete che vi dica. Questa era la tecnologia di quando ero giovane!»

Io e Giacomo riuscimmo, con fatica, ad apprendere quel bizzarro programma, ancora una volta con successo. Andrea era anche una persona estremamente disponibile. Ricordo le mie difficoltà iniziali nel trovare casa a Pisa. Andrea mi ospitò in un appartamento di sua proprietà.

Mi disse solo: «Guarda, è tutto in ordine. Dobbiamo solo dare una piccola potatura al giardino di casa. Ci vediamo domenica mattina alle nove.»

Quella fu una domenica da ricordare. La “piccola potatura” si trasformò in una battaglia per spianare una boscaglia impenetrabile. Si presentò con una cesoia arrugginita e un sacco della spazzatura nero, tutto bucato.

Andrea disse: «Ecco! Abbiamo tutto il necessario.»

Dopo qualche minuto aggiunse: «Beh… queste forbici non sono molto performanti.»

Ancora una risata. Eravamo sommersi da rami e fogliame. Andrea era così. Solo lui poteva fare affermazioni del genere.

Parlammo per ore di covarianza, determinanti, metodi di integrazione e perturbazioni orbitali. Andrea era un genio anche nel suo potere oratorio. Ricordo un convegno a Pisa. Decise di venirci con noi all’ultimo momento.

Disse: «Ragazzi, mi raccomando, non facciamoci notare. Non abbiamo il pass per entrare.»

Dopo dieci minuti prese la parola con tre domande. Tutta la platea lo ascoltava incantata: nelle sue domande c’erano già le risposte al tema del meeting. Questa cosa mi riempì di orgoglio.

A volte si addormentava per qualche minuto e, al risveglio, faceva domande perfettamente pertinenti. Ancora oggi non mi spiego come potesse fare.

Lavorare con lui per quasi tre anni è stata un’esperienza indimenticabile. Di quelle che capitano solo con le persone speciali. Con i geni. Andrea lo era.

La sera del 28 novembre 2018 è iniziato il tuo ultimo viaggio. Come i grandi pionieri dello spazio, sei salito sulla rampa di lancio e hai lasciato il pianeta Terra con tutto il tuo sapere e il tuo genio.

Buon viaggio, Andrea. Ora potrai goderti l’Universo sul tuo asteroide, 4701 Milani, a te intitolato.

Mi mancherai tanto. Mancherai a tutti. Mancherai alla scienza.

Intanto, un valzer di Dmitrij Šostakovič riecheggia nel Sistema Solare.
Per sempre.

Andrea Milani
Andrea Milani
Matematico, scienziato, maestro